La Pieve

 

Nel sec. XII le pievi erano circoscrizioni ecclesiastiche della diocesi attorno a un centro di culto, le quali realizzavano il compito di assicurare ai fedeli non soltanto il sacramento del battesimo, ma tutti quei munera spiritualia di cui si nutre l'anima di un credente, come l'eucarestia, la penitenza, il matrimonio, la predicazione, il diritto alla sepoltura religiosa.


Nelle chiese pievane nei giorni festivi veniva dalle poche cappelle e dagli oratori esistenti nel distretto e spesso molto distanti l'uno dall'altro tutto il clero per la liturgia che tenevasi solo nelle chiese battesimali 18. Per il godimento dei doni spirituali e il mantenimento dei sacerdoti che li amministravano i fedeli erano tenuti alla decima sacramentale, cioè a versare la decima parte del prodotto della terra e degli animali.


In un primo tempo i proventi della decima furono divisi assegnandone tre quarti alla pieve per il mantenimento dei suoi ecclesiastici, per le necessità del culto e per la cura degli edifici, e un quarto alla mensa vescovile; più tardi la situazione si rovesciò, poiché il vescovo riservò per sé i tre quarti dei proventi, lasciando alla pieve solo la quarta parte di essi.


A proposito della porzione episcopale è fin da ora opportuna una puntualizzazione che risulterà utile nelle pagine successive.
Di quelle notevoli entrate, oltre che per il funzionamento degli organi episcopali e l'adempimento delle finalità ecclesiali, come, anzitutto, le opere di carità nel confronti dei poveri, degli infermi, dei deboli, i vescovi coerentemente col costume proprio della società feudale, nel corso dei tempi si servirono dapprima consentendo ai milites, che - armati - costituivano la loro corte di vassalli laici, di partecipare in qualche modo, magari indirettamente, al godimento di quei proventi, anche perché, spesso, essi stessi appartenevano alle famiglie dei milites; in seguito incaricando i loro vassalli di provvedere all'esazione della quota episcopale e lasciando ad essi una porzione di quella quota (e questo potrebbe essere il caso dei Da Momo, 1094, capitanei de plebe della pieve di Suno, e forse dei Da Gattico, se il loro ius decimandi nel 1431 fu riconosciuto come "antico"); infine cedendo in cambio di particolari servizi o perfino di denaro parte della loro spettanza a persone che così investivano fruttuosamente un capitale (e questo sembrerebbe il caso dei Viarana a Maggiate Superiore, se la loro investitura nel 1527 fu acquistata venalmente).


Non mancano d'altra parte casi di vescovi che abbiano ricomprato il diritto di decima dai nobili che ne erano titolari, magari per cederlo alle comunità.
Comunque ci preme sottolineare la complessità di questo argomento per due ragioni: anzitutto perché la documentazione che abbiamo in proposito è assai tardiva, sicché non è facile ricostruire il processo di formazione del diritto laico di decima (spesso infatti mancando prove documentarie di precedenti investiture si ricorreva, per ottenere "riconferme" a giuramenti sostitutivi), in secondo luogo perché il rapporto contrattuale tra il vescovo e i titolari dello ius decimandi variava da luogo a luogo: in talune pievi, ad esempio, al diritto di decima si accompagnavano prerogative caratteristiche del dominus loci, come il districtus19.


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